Tito Schipa
L’usignolo di Lecce Beddha
Se la città di Lecce potesse cantare, lo farebbe con la voce del tenore Tito Schipa: una voce unica, in grado di far tremare il cuore per la sua devastante bellezza. Perché Tito è l’anima di Lecce bella, il suo Usignolo prezioso.
Era di certo un titolo esclusivo, frutto di talento e coraggio, in un’epoca che esaltava la virtù dello studio e del duro lavoro. Nella prima metà del Novecento, Tito Schipa arrivò a conquistare i palcoscenici dei teatri più importanti del Mondo.
Sulla scena, era magnifico e originale, spontaneo e commovente. Perfezionò a lungo la sua tecnica e imparò a trasmettere la tristezza e l’ironia, il dolore e la felicità. Incantò il pubblico con la sua voce chiara, velatamente malinconica, semplice e decisa. La sua arte era sublime: accarezzava le menti e, con un'intensità travolgente, riempiva i cuori.
La storia di Tito Schipa, a distanza di oltre un secolo dalla sua nascita, si intreccia con quella di Catia, un’aspirante soprano iscritta al Conservatorio ‘Tito Schipa’ di Lecce. Anche lei ha un grande talento ma, di fronte al pubblico, la gola le si chiude e il canto le resta intrappolato all’altezza delle lacrime, come se fosse vittima di un sortilegio crudele.
Forse in lei alberga il timore di non essere all'altezza, o forse è il giudizio altrui a incatenare la sua bella voce. Fortunatamente, il suo insegnante di canto conosce la formula giusta per infrangere questo incantesimo. Ed è qui che l'eredità artistica di Tito Schipa si rivelerà in tutta la sua grandezza…
Armonia perduta
Lecce, piazza Sant'Oronzo. Catia sbuffò con enfasi, seduta al tavolino di un bar, fissando il proprio riflesso sulla superficie di plastica argentata. Nel vederla così scoraggiata, il suo insegnante di canto spalancò gli occhi, indispettito. Rimase per qualche istante con la tazzina di caffè bollente sospesa a mezz'aria, mentre il fumo incorniciava i suoi bei baffoni incolti. Iniziò a scuotere la testa, riflettendo sulle
proprie responsabilità. Abbagliato dal talento unico della ragazza, aveva anticipato il suo debutto da soprano, sottovalutandone la fragilità emotiva. Ora doveva correre ai ripari e aiutarla a ritrovare la fiducia in se stessa.
Lì, seduto al fianco di Catia, c'era Sirio, il suo migliore amico. Erano compagni di corso e si conoscevano sin dai tempi dell’infanzia, quando frequentavano una scuola di musica. Si erano legati come fratelli, condividendo sogni, paure e successi. Catia non avrebbe mai potuto immaginare di affrontare questo momento senza di lui. Sirio, con il suo solito sorriso rassicurante e la mano tra i capelli chiari scompigliati, sembrava capire perfettamente quello che lei stava passando.
“Non tornerò mai più sul palco!” Catia, con la voce strozzata, incrociò le braccia per esternare il suo disappunto.
Sirio le posò una mano sulla spalla. D’altronde provava sempre a incoraggiarla, quando la vedeva in difficoltà. “Catia, sei la solita catastrofista!”
Lei se la scrollò di dosso, quasi infastidita. Non aveva mai reagito così, almeno non con il suo migliore amico.
“Sono seria questa volta, Sirio!” Poi, poggiò i gomiti sul tavolo e si prese la testa tra le mani, affranta. Il suo professore, un uomo di grande statura, dall’aspetto nobile e antico, con i capelli neri, lisci come il mare all’imbrunire, la guardò perplesso.
Sirio fece un vigoroso colpo di tosse e, testardo, riprese a parlare. “Sei l’unica in tutto il Conservatorio che può emergere. Una voce come la tua spunta fuori una volta ogni cent'anni!”
Catia voltò d’istinto il viso verso l’insegnante che continuava a osservarla severo, con gli occhi chiusi a due fessure. Non l’aveva mai visto con la fronte così aggrottata. A quel punto, assalita dall’ennesima ondata di pessimismo, si domandò ad alta voce: “A cosa serve una bella voce, se l'ansia mi paralizza del tutto quando devo esibirmi?”
L’insegnante pagò i caffè e tutti insieme si incamminarono lungo la via centrale della città vecchia. Il sole di mezzogiorno, accecante, inondava il corso e scalava le facciate barocche delle case in pietra bianca. All’altezza della Chiesa di Sant’Irene, l’uomo si rivolse a Catia, che si era chiusa in un preoccupante mutismo.
“La paura di confrontarsi con il pubblico è un ostacolo comune e temporaneo,” la rassicurò, avanzando a passo lento. “Insieme la supereremo.” Lei abbassò la testa, un gesto di accondiscendenza che mal celava il suo profondo scetticismo.
Una volta raggiunta la vetrina di un negozietto di dischi usati, dove era solito trascorrere il tempo libero alla ricerca di rarità, il docente esortò Sirio a ricordare una
lezione su Tito Schipa, tenuta in Conservatorio mesi prima. Colto alla sprovvista, il ragazzo affermò di averla trovata affascinante, ma la sua finzione crollò miseramente quando il docente svelò l'inganno.
“Sirio, non tentare di fare il furbo!” esclamò con un sorriso. “Non vi ho mai parlato del leggendario tenore leccese. Intendevo solo avere la vostra attenzione.”
Catia, cogliendone il sarcasmo, allontanò i cattivi pensieri e si preparò a seguirlo con rinnovato interesse. All’improvviso, senza proferire parola, l’insegnante si inoltrò nel negozio di musica, dirigendosi con decisione verso uno scaffale espositivo. Con un gesto sicuro, estrasse un vinile che, a giudicare dal suo sguardo, aveva a lungo desiderato. Dopo averlo acquistato, si voltò verso Catia e glielo porse con una delicatezza quasi solenne.
“Qui dentro c’è tutto ciò di cui hai bisogno,” dichiarò con fervore. “Ascoltalo finché non diventerà una parte di te.”
Catia, sorpresa e visibilmente emozionata, strinse il vinile al petto, cogliendo tutta la profondità di quel dono. Si trattava del primo volume della collezione “La Scala – I Grandi della Lirica”, dedicato proprio a Tito Schipa. Un contenitore di meraviglie, interpretate da un gigante: La Traviata di Verdi, Il Don Pasquale di Donizetti, La Tosca e La Bohème di Puccini, La Sonnambula di Bellini, I Pagliacci di Leoncavallo, La Cavalleria Rusticana di Mescagni, Il Barbiere di Siviglia di Rossini…
Il premuroso docente non si limitò ad affidare a Catia quella raccolta di inestimabile valore artistico e umano.
Mentre percorrevano le irregolari pietre del centro, iniziò a raccontare la storia di “Tito”, il bambino minuto nato in una piccola città del Sud, divenuto il più grande tenore del mondo.
C’era una volta... Tito Schipa
Tutto ebbe inizio a Lecce, più di cento anni fa. La notte del 27 dicembre 1888, le campane della Chiesa del Carmine risvegliarono l’intero Quartiere delle Scalze. Un fenomeno molto strano, penserete. Ebbene sì, all’epoca c’era l’usanza di annunciare così l’arrivo al mondo di un bambino. La musica è un linguaggio universale che avvicina la gente, rafforza le comunità. È il puro riflesso della felicità!
Il piccolo Umberto conosceva ancora poco del mondo, ma sapeva molto bene che quella tradizione doveva essere rispettata. Così, sgattaiolò fuori di casa e, nel cuore della notte, si intrufolò nella Chiesa più vicina, raggiungendo l’apice della torre campanaria. Tirando la corda con un incontenibile entusiasmo, affidò al vento la notizia della nascita del suo fratellino: Raffaele Attilio Amedeo Schipa.
Nel Quartiere delle Scalze, tutti finirono per conoscere la voce di quel neonato così speciale: piangeva sempre, senza tregua, giorno e notte. Una situazione estenuante, che metteva a dura prova la pazienza dei suoi genitori, Luigi e Antonia Vallone, ma non intaccava il loro amore per lui.
Secondo una leggenda, il bambino guarì da quel pianto disperato come per miracolo. Si trovava in giro per la città con sua madre quando una misteriosa figura intervenne, cambiando il corso del suo destino. Mentre passeggiavano, Antonia Vallone lo prese delicatamente per il polso, cercando di farlo camminare più in fretta. Il bambino piangeva incessantemente, tanto che persino andare a fare la spesa era diventato un’impresa.
“Non possiamo andare avanti così, piccolo Schipa!” brontolò la donna, esausta, indicandolo in maniera autoritaria. Un uomo anziano, elegante e dal portamento regale, che osservava la scena con aria divertita a poca distanza, si avvicinò a loro.
Con fare rispettoso, l’uomo spiegò di aver sentito pronunciare il cognome Schipa e di aver intuito le loro origini albanesi. Raccontò di aver vissuto per anni in Albania per affari e di essere rimasto profondamente legato a quella terra. Quando chiese alla donna il motivo di quel pianto disperato, lei non esitò a esprimere tutta la sua preoccupazione.
“I medici dicono che è costipazione. Ma se solo ci fosse qualcuno in grado di curarlo!”, gli rispose, portandosi una mano sulla fronte. L’uomo, incuriosito, si chinò verso il bambino, accarezzò delicatamente la testolina e gli sussurrò qualcosa di misterioso all’orecchio. Da quel momento, il pianto cessò. Cessò per sempre...
Sbalordita, la madre gli chiese come avesse fatto. “Ha appena capito che non può sprecare la sua voce,” rispose lo sconosciuto sfoggiando un sorriso enigmatico. Poi, con un gesto elegante, si allontanò, lasciando dietro di sé una profezia: “Questa creatura sarà la vostra fortuna!”
All'inizio, Antonia Vallone non diede peso a quelle parole, ma nel giro di pochi anni capì che suo figlio non era come tutti gli altri.
Da bambino, Raffaele Attilio Amedeo non amava studiare, ma preferiva lasciarsi trasportare dalla fantasia. Aveva però sviluppato una passione particolare: a scuola non vedeva l’ora che arrivasse l’ora di musica. Quando il maestro Giovanni Albani entrava in aula, i suoi occhi si illuminavano come stelle, e tutto il resto perdeva importanza. Albani si rese presto conto di avere davanti un diamante grezzo straordinariamente raro.
Una mattina, durante una prova di canto, la voce del ragazzino si levò limpida sopra il coro, distinguendosi tra tutte. Stavano cantando La Sonnambula di Bellini, e il maestro, incredulo di fronte a tanta bellezza, pretese di seguirlo con lezioni private. Determinato a valorizzare quel talento, fece di tutto per metterlo in luce.
Lo scelse come solista per un evento pubblico in onore del corpo docente e lui, a sua volta, finì per incantare tutti i presenti. Raffaele Attilio Amedeo aveva appena dieci anni quando, dopo quell’esibizione memorabile, vide il suo nome finire su tutti i giornali locali.
Fu proprio in quel periodo che in famiglia iniziarono a chiamarlo Titu, un termine salentino che significa "piccoletto". Quel soprannome affettuoso ben si addiceva al suo aspetto minuto. Ben presto, Titu si trasformò in Tito, un nome d'arte simbolo di eccellenza e prestigio.
La sua fama giunse fino a Don Gennaro Trama, il nuovo Vescovo di Lecce che, dopo aver ascoltato il giovane Tito durante una messa, si precipitò a contattare i suoi genitori. L’Alto Prelato propose loro di finanziare gli studi del ragazzo in Seminario, convinto che quella voce fosse un dono divino da non sprecare. Sotto la rigida supervisione di Trama, Tito affinò il suo talento, e presto le famiglie più influenti del Salento iniziarono a notarlo e a contenderselo. Fu proprio in quel periodo che il futuro tenore iniziò a essere tormentato da un’insolita domanda: “Non sarà che amano la mia voce più di me?”
Un dubbio che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
La domenica di Pasqua del 1903, anche il maestro Alceste Gerunda – titolare della cattedra di musica e canto nella scuola Normale – si accorse del ragazzo prodigio e decise di prendersi cura della sua voce. Ottenne carta bianca dai coniugi Schipa e lo istruì con assoluto rigore, esercitando un pieno controllo sulla sua voce. Quando necessario, Gerunda non esitava a correggerlo con metodi severissimi, ma si prese cura anche del suo lato umano. Perché la musica è vita e nasce dalle emozioni. In quegli anni, Tito trovò ispirazione nell’intenso legame con Emilia Cesano, la sua prima musa.
La vertiginosa crescita artistica di Tito attirò l’attenzione di Emilia Bernardini Marco, figura di spicco delle iniziative sociali a Lecce. Fu proprio lei a organizzare un concerto di beneficenza che gli permise di raccogliere il denaro necessario per trasferirsi a Milano e continuare la sua formazione. Il successo fu straordinario. Il giovane tenore lasciò così la sua bella Lecce, partendo in treno verso il Nord con il cuore colmo di orgoglio... Ma quanto era fredda, nebbiosa e ostile Milano. Quanto gli mancavano il sole della sua terra, il sorriso di Emilia, i brodi caldi che sua madre gli preparava quando giungeva l’inverno. Tito imparò a ricacciare indietro quei tristi pensieri e investì tutte le sue energie e i suoi risparmi per seguire le lezioni di Emilio Piccoli.
Il valente maestro lavorò assiduamente per perfezionare la sua voce e completarne la maturazione. Ricorreva persino a fastidiosi pizzicotti correttivi sulle gambe, pur di ottenere l'obiettivo prefissato. Da grande manager, quando lo ritenne pronto, lo fece debuttare al Teatro Facchinetti di Vercelli con La Traviata. Nonostante l'ambiente fatiscente e il pubblico rumoroso che sgranocchiava semi di zucca, il ragazzo dimostrò tutto il suo valore.
Per inseguire il suo sogno, Tito accettò di vivere lontano dalla famiglia, sorretto dal senso di sacrificio e dall'entusiasmo per l’apprendimento. Il destino gli fece incontrare Giuseppe Borboni, un impresario lirico di Trento, figura cruciale nella sua trasformazione definitiva in divo. Per Tito, Borboni divenne un punto di riferimento, un secondo padre che lo sosteneva e lo guidava con saggezza.
Dal 1910 in poi, la sua carriera fu un’escalation di successi. Debuttò in numerosi teatri, sia italiani che internazionali. Assunse innumerevoli identità artistiche e conquistò il pubblico e la critica, esibendosi in città come Messina, Roma, Catania, Palermo, Trento, Parma, Trieste, Bologna, Milano, Buenos Aires, Rosario, Rio De Janeiro, Montevideo e Napoli.
Fu proprio nella città partenopea che trionfò con una splendida Tosca diretta da Leopoldo Mugnone che, per la prima volta nella sua carriera, concesse un bis. Un personaggio in particolare divenne il suo alter ego: Werther, protagonista del dramma lirico di Jules Massenet. Con lui si instaurò un’alchimia perfetta, come se condividessero la stessa anima.
La stella di Tito Schipa raggiunse l’apice del suo splendore dopo il trasferimento a New York, nel 1919. Qui fu accolto con entusiasmo dalla soprano Mary Garden e dall’impresario Cleofonte Campanini, che contribuirono al suo trionfo definitivo sulla scena internazionale. Il 4 dicembre, nell’Auditorium di Chicago, Tito Schipa conquistò l’America con il Rigoletto di Verdi. Da quel momento, iniziò a ricevere lodi entusiaste dalla stampa d’oltreoceano. Il suo cachet, in costante ascesa, divenne il simbolo di un successo straordinario e del riconoscimento del suo status di celebrità.
Tito era un professionista meticoloso, dotato di una disciplina ferrea: manteneva il silenzio assoluto prima degli spettacoli, per tutelare la sua voce. Non aveva vizi e seguiva una dieta rigorosa, consapevole che ogni dettaglio rinvigoriva la sua arte. Attingeva la sua forza creativa dai sentimenti e dalle passioni profonde che lo animavano. Si legò ad Antoinette Michel d'Ogoy, la sua Lillì, e dalla loro unione nacquero due splendide bambine, Elena e Liana. Era un uomo dai gusti e interessi eclettici: amava la radio, il jazz e il cinema, tanto che riusciva a guardare fino a tre film al giorno. Coltivava anche una passione per le automobili di lusso, sebbene non fosse considerato un grande pilota. I vignettisti dell'epoca lo soprannominarono scherzosamente “pericolo pubblico”.
Aveva un legame speciale con una scimmietta, chiamata Toto. Arrivò al punto di minacciare di annullare tutti gli spettacoli nel Regno Unito quando, al suo arrivo, pretendevano di mettere il suo amico a quarantena. Nel corso degli anni ricevette numerosi titoli prestigiosi, tra cui Cavaliere, Grande Ufficiale, membro della Legione d’onore e Capitano onorario della polizia americana.
Nel frattempo, realizzò un sogno che coltivava da tempo: recitare per il cinema. Dimostrò ottime doti attoriali nel film Vivere!, diretto da Guido Brignone, dove recitò al fianco della bellissima Caterina Boratto. La coppia strappò applausi anche nella pellicola Chi è più felice di me!. Mentre i giornalisti insinuavano che il suo allontanamento dalla lirica fosse dovuto a problemi vocali, Tito trovava conforto nel costante sostegno dei suoi fan.
Tuttavia, anche per lui giunsero tempi difficili. Travolto dalla solitudine e dai rimpianti, Tito trovò rifugio nell’arte e nella carriera. Tutto cambiò quando conobbe Teresa Jolanda Borgna, in arte Diana Prandi, una ragazza giovanissima che non esitava a definirsi la sua ammiratrice numero uno.
I due si incontrarono per la prima volta a Venezia, nel 1944, sul set del film Rosalba. Lei aveva da poco intrapreso la carriera nel cinema, e Tito la notò immediatamente per la sua statura slanciata e il portamento elegante. Iniziò a frequentarla e a confidarsi con lei, rendendosi presto conto di aver trovato non solo una confidente, ma un sostegno, una dolce compagna… un grande amore. Diana lo seguì ovunque, affrontando rischi di ogni genere pur di accompagnarlo nei teatri del Nord Italia. Erano gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale, un periodo in cui ogni spostamento poteva trasformarsi in una lotta per la sopravvivenza. Più volte la loro vita fu in pericolo, come quando la loro auto venne crivellata da colpi d’arma da fuoco presso un posto di blocco da un soldato tedesco, sconvolto dopo un recente bombardamento. I due innamorati si salvarono per miracolo.
La gioia più grande arrivò il 18 aprile 1946 a Lisbona, con la nascita del loro bambino. Lo chiamarono Tito Schipa Junior, un nome che riflette un legame profondo ed eterno. A quel punto, Tito aveva raggiunto il successo sotto ogni aspetto: era un artista di fama mondiale e un attore rinomato, circondato dall'amore di una donna straordinaria e dalla gioia della paternità. Purtroppo, si ritrovò a dover affrontare un nemico inaspettato. Walter Winchell, un controverso commentatore radiofonico americano, si adoperò con ogni mezzo per distruggere la sua immagine pubblica. Con una campagna di odio politico intensa, invitò il pubblico a boicottare i suoi concerti. Tito soffrì profondamente a causa delle accuse dal conduttore, ma continuò a perseguire il suo cammino a testa alta, con la massima dignità, senza cedere alle voci di chi suggeriva di rispondere con la stessa moneta.
Nel 1963, in uno degli ultimi capitoli della sua gloriosa carriera, Tito Schipa si esibì al Teatro da Trindade di Lisbona, la città che aveva dato i natali a suo figlio. Un segno del destino, che indicava in Tito Jr. il naturale custode della sua straordinaria eredità artistica. Per il nostro Tito Schipa era giunto il momento di riposare e dare sollievo a quella voce che lo aveva elevato ai vertici più alti della storia della musica.
Il 16 dicembre 1965 il cuore di Tito smise di battere. In quel momento si trovava a New York, lontano dalla sua famiglia, dalla sua Lecce e in una condizione di povertà. Se n’è andato così il più grande tenore del ‘900, un artista insuperabile, un’anima sensibile, coraggiosa e appassionata, che ha saputo conquistare il cuore di milioni di persone con la sua voce unica e il suo talento interpretativo, lasciando un'eredità immortale nella storia della musica.
La sfida di Catia
L’insegnante concluse il suo racconto, certo che la storia di Tito Schipa avesse acceso una scintilla di coraggio nell’animo di Catia e di Sirio, che, pur non manifestando apertamente le sue preoccupazioni, aveva bisogno di riacquistare la propria autostima. Spesso, i giovani ricercano soddisfazioni facili e immediate, perdendo di vista alcuni concetti fondamentali. Così, li esortò a ricordare l’importanza di affidarsi agli altri. Era consapevole che talento e successo, da soli, non bastano per raggiungere la vera felicità. Per questo, prima di congedarsi dai suoi allievi, come se stesse pronunciando le ultime parole di una poesia, condivise una lezione che aveva imparato a sue spese. “Cara Catia e caro Sirio, gli esseri umani non sono isole. Somigliano piuttosto a terre inesplorate, che confinano sempre con qualcosa o con qualcuno. Non si può fiorire nella solitudine, ma solo grazie alla presenza di chi sa riconoscere e nutrire la nostra luce.”
Erano passati circa sei mesi dalla passeggiata di Catia, Sirio e il loro straordinario professore nel centro di Lecce. Catia aveva fatto tesoro di tutto ciò che il suo insegnante le aveva trasmesso. Nel frattempo, il suo amore per l’arte di Tito Schipa era cresciuto a dismisura: ascoltava di continuo quel prezioso vinile e, assetata di conoscenza, aveva acquistato biografie, fumetti, CD musicali e trascorreva ore a guardare i video disponibili in rete.
La figura del grande tenore aveva ravvivato la sua passione per la musica e lei aveva accettato la sfida contro i propri limiti. Dopotutto, Tito era riuscito a farsi strada in un mondo che non offriva privilegi né metteva a disposizione le tecnologie moderne capaci di semplificare la vita, unire le persone e rendere la cultura più accessibile. Per questo, arrendersi non era più un’opzione: doveva lottare per onorare il suo talento e chi la sosteneva con amore e fiducia.
Arrivò per lei il momento di dimostrare tutto il suo valore. Il Conservatorio aveva organizzato una serata in memoria del grande Tito Schipa, e Catia era stata scelta per aprire l'evento. Una responsabilità non da poco! Per l’occasione, Catia aveva deciso di interpretare ‘Lecce mia’, un brano in dialetto salentino che simboleggiava il legame profondo tra il leggendario tenore e la sua terra natale.
Nascosta dietro il tendone rosso del Teatro Politeama Greco, che separava le quinte dal palcoscenico, la ragazza si concentrò sul proprio respiro, scacciando i cattivi pensieri. Pensò a Sirio, che era seduto in platea con il solito sorriso stampato sul viso, e al suo insegnante, che poco prima le aveva augurato buona fortuna porgendole un’orchidea speciale: un raro ibrido chiamato Serapias schipae, in omaggio al leggendario tenore.
Poi, un flusso di immagini e sensazioni le attraversò la mente. Il velluto color porpora del tendone.
L’odore delle assi di legno impolverate sotto i suoi piedi. Le luci a forma di sfera sugli specchi in camerino.
L’etichetta con la parola “soprano” scritta a mano sulla porta. Il nero intenso di un prezioso vinile.
Le antiche pietre sconnesse del corso di Lecce.
La luce del sole sulle pareti di pietra porosa della Chiesa di Sant’Irene. Un caffè fumante.
L'applauso scrosciante della gente la riportò alla realtà. Senza esitazione, avanzò sul palco, avvolta da un tiepido fascio di luce come una vera diva. Quando raggiunse il centro della scena, il pubblico si ammutolì. Un tempo, quella situazione l'avrebbe paralizzata, sopraffatta da una timidezza che sembrava insormontabile. Per un istante, Catia sentì tremare le gambe, ma non era più paura la sua. Era qualcosa di nuovo: la gioia di aver abbracciato il proprio destino. Così, le note musicali iniziarono ad avvolgerla, cucendole addosso la veste di soprano che aveva tanto sognato.
Un nuovo usignolo stava per spiccare il volo nella Lecce gentile e beddha di Tito Schipa.
Le labbra di Catia finalmente si schiusero e fu per tutti magia:
“Luna ca' uàrdi, ìentu ca' sienti
erba te campu stelle lucenti
rose te màggiu ca' frische 'ndurati
comu li àsi ca iddha m'à dati
'nc'ete nnu core pacciu t' amore”
Lecce mia
Brano di Carlo Sabajno, Orchestra del Teatro alla Scala e Tito Schipa
Luna ca' uàrdi, ìentu ca' sienti
erba te campu stelle lucenti
rose te màggiu ca' frische 'ndurati
comu li àsi ca iddha m'à dati
'nc'ete nnu core pacciu t' amore
Lecce gentile e beddha ògghiu cu cantu
quiddhu ca me sta sentu intr'a lu core
nnu paradisu 'nterra si' pe' mie
tuttu me pare beddhu a'nturnu a tìe
cantu nna beddha strìa ca' passa e tice:
"Rusciuli russi, ci òle rusciuli"
oh Lecce t'amu tantu e su' felice
Lecce gentile e beddha ògghiu cu cantu
quiddhu ca me sta sentu intr'a lu core
nnu paradisu 'nterra si' pe' mie
tuttu me pare beddhu a'nturnu a tìe
cantu nna beddha strìa ca' passa e tice:
"Rusciuli russi, carusi rusciuli"
oh Lecce t'amu tantu e su' felice
Vuoi scoprire Tito Schipa in
versione illustrata?
Puglia in the World
Realizzato con fondi Next Generation EU PNRR Transizione Digitale Organismi Culturali e Creativi
Progetto TOCC0002171 COR 15905731 CUP C37J23000260008
-
Storia fumettoMarcello Durante
-
Copertina e illustrazioniFrancesca Maiorano
-
Ideazione progettoSimona D'Amanzo
-
ProgettoFormitalia Srl - Lecce
-
TraduzioniElisabetta Pasanisi
-
RaccontoMarcello Durante e Arianna Corsini
-
Editing storia a fumettiArianna Corsini
Powered by promowe.it.